L’eredita’ del Sessantotto

Il 2 maggio 1968, a Parigi, fu occupata la Sorbona.

Guidato da Daniel Cohn Bendit, il movimento ebbe feroci scontri con la polizia. IL 3 Maggio fu dato ordine di sgomberare l’Ateneo, “La Carnevalata è finita”, disse De Gaulle ed i Carri Armati fecero il resto. Ma non si trattava affatto di una carnevalata anche se De Gaulle non lo aveva ancora capito.

La nascita del movimento non fu un evento improvviso. La lunga fase di gestazione avvenne negli Stati Uniti a partire sin dal 16 Giugno 1962 allorquando venne elaborato e reso pubblico il primo manifesto della contestazione giovanile, quello di Port Huron: “ Siamo figli della nostra generazione – si leggeva nel manifesto – cresciuti nel benessere, parcheggiati nelle università, e guardiamo al mondo che ereditiamo con sconforto”. 

La contestazione giovanile degli anni 60 fu paradossalmente innescata negli Usa proprio da una icona della sinistra mondiale: il democratico John F. Kennedy. Il suo appoggio militare al Vietnam del Sud determinò l’inizio di una guerra che segnò la maggiore disfatta bellica e morale della storia americana.

La guerra in Vietnam rappresentò, infatti, la miccia che fece esplodere il movimento negli USA: gli hippie divennero un fenomeno di costume che ben presto si attirò la riprovazione della maggioranza degli americani: vita nelle Comuni, pacifismo, antioccidentalismo, droga libera, capelli lunghi ne rappresentavano i connotati distintivi.

Nel 2008 si è celebrato il quarantennale dell’esplosione della contestazione giovanile con un susseguirsi di dibattiti, pubblicazioni, documentari ed occasioni di approfondimento.

Nel corale tentativo di storicizzare il 68 sono emerse come chiaramente riconoscibili nel fenomeno due tendenze che, per un certo periodo di tempo, hanno finito per sovrapporsi. Dapprima compare una spinta libertaria che interpretava, in modo radicalizzato, una tendenza al cambiamento nei rapporti sociali e nel costume che era già in atto nelle società occidentali sin dagli anni 50.

Successivamente tale spinta libertaria si è paradossalmente sovrapposta all’ideologia comunista che, in quegli anni registrava una fase di nuova effervescenza.

Nel 68 è universalmente riconoscibile proprio questo paradosso: un’inappagabile aspirazione libertaria magicamente combinata alla più liberticida e totalitaria tra tutte le ideologie che hanno drammaticamente segnato il Novecento.

Una spiegazione, più di ogni altra, appare plausibile:l’aspirazione libertaria, che certamente caratterizzò il sessantotto delle origini, potette assurgere a dignità di un vero e proprio progetto di trasformazione generale della società soltanto collegandosi all’ideologia comunista che, in quello stesso periodo, sull’onda della guerra in Vietnam e delle rivolte in America Latina, conosceva una nuova primavera e consegnava all’area della contestazione giovanile l’unificante utopia di una rivoluzione mondiale possibile.

Nessuno dei vari elementi mediante i quali si esprimeva la vocazione emancipatrice del movimento, e cioè la ribellione antitradizionalista ed antiautoritaria, la liberazione dei costumi, la disarticolazione della famiglia, la musica rock, l’emancipazione sessuale, la diffusione di massa delle droghe etc, si rivelava in grado di unificare l’orizzonte delle aspettative dei giovani contestatori degli anni sessanta. La tragica illusione comunista offriva, invece, alle aspirazioni emancipatrici quello che mancava alla contestazione giovanile, e cioè quel collante che consentiva ai contestatori di sentirsi partecipi di un più grande disegno generale di trasformazione della società e nel quale tutti quegli elementi socialmente destrutturanti potevano felicemente comporsi ad unità.

L’adesione ad una ideologia apertamente liberticida, come il comunismo, è il dazio pagato dalla contestazione ad un carenza politica originaria registrata da un movimento ampio, planetario ma assolutamente privo di una complessiva visione alternativa sotto il profilo dell’ordine economico sociale.

Meno di un decennio dopo la disillusione era già consumata: il palese fallimento della teoria e della prassi rivoluzionaria raccoglieva, per un verso, la degenerazione terroristica e l’alto costo di vite umane vittime della follia ideologica che lo ispirava, per altro verso, l’abbandono di quella perniciosa sintesi tra marxismo ed umanesimo verso la deriva antiumanistica di un nichilismo radicale che rappresenta l’unica vera eredità di quella infausta esperienza.

Il radicalismo teorico della fine degli anni settanta, la minaccia del terrorismo e le tendenze rivoluzionarie si sono andate via via sbiadendo.

La corrente libertaria, dissociata dal legame con l’ideologia comunista, prevalendo ha cominciato così ad evidenziare il suo vero volto, non meno funesto, rivelando che il relativismo culturale sarebbe stato il vero ed esclusivo lascito testamentario dell’intera esperienza contestataria.

In luogo dell’utopia egalitaria gli epigoni del sessantotto, a partire dagli anni 70, hanno inteso infatti concentrare la propria opera su temi specifici della casa, della scuola, delle caserme, della violenza sessuale, dei manicomi, inscenando forme di contestazione parcellizzate ( dall’occupazione della case alla negazione dell’esistenza della malattia mentale), che miravano principalmente alla disarticolazione di ogni forma di autorità minandone il principio e l’efficacia in tutti i corpi sociali, nelle istituzioni, nella società, negli ordini e nella famiglia.

In nome del relativismo culturale tutto doveva e poteva essere posto in discussione. Si è proceduto anche sulla fantasmagorica strada dell’affermazione delle politiche dell’identità per cui, in aggiunta alle rivendicazioni della liberazione sono state disinvoltamente sostenute politiche legate al sesso, o meglio al genere, al ruolo ed alla condizione etnica: i temi delle donne, degli omossessuali, dei neri e della legalizzazione delle droghe, del divorzio e dell’aborto che erano stati sepolti dalla subordinazione del 68 all’ideologia comunista, sono riapparsi successivamente ponendosi come unici veri eredi della rivoluzione liberatrice.

Il problema più profondo risultava legato all’identità. Esso non tardò ad imporsi, spingendosi nella strabiliante contestazione dell’archetipo della normalità sessuale, senza neppure minimamente esitare a disconoscere l’inconfutabile matrice eterosessuale della famiglia e fino a giungere alle attuali rivendicazione del riconoscimento della famiglia di fatto.

Analoga considerazione va estesa alla negazione della differenza naturale tra i sessi compiuta dal femminismo, in favore di una distinzione basata sul genere, inteso come costruzione simbolica in cui l’identità (uomo, donna, transgender o altro ) è liberamente – e prometeicamente – scelta dagli individui nella società invece che piuttosto riconosciuta dalla natura.

Si tratta di rivendicazione concepibili soltanto nell’ambito di relativismo di matrice massimalista, che rappresenta l’esclusivo lascito dei movimenti de-generati dal sessantotto e tutto quello che di quella sconvolgente esperienza drammaticamente rimane.

Del resto l’importanza di riconoscere quello che fu l’esperienza sessantottina consiste proprio nell’individuare ciò che resta della contestazione.

Sotto tale profilo le conclusioni sono sconcertanti: il fenomeno ha segnato la definitiva scomparsa della società semplice o semplificata, bene incommensurabile nel quale tutte le contraddizioni umane, sociali e personali trovavano comunque una definitiva composizione in una forma di organizzazione superiore riferita ad un ordine etico, religioso e naturale che universalmente veniva sentito e riconosciuto come immutabile.

Lo scenario che resta è sconcertante: una società frammentata, culturalmente priva ormai di qualsivoglia riferimento riconducibile a criteri direttamente derivati dalla natura umana e segnata, invece, da una sistematica fluidità. Un mondo apolide, liberato dai vincoli della religione, della morale, della patria, della famiglia e del rispetto di beni incoercibili come quello del diritto alla vita dall’atto del concepimento fino alla morte naturale. Quel “mondo nuovo”, profetizzato da Huxley, su cui è calato, per contrappeso, l’orrore della schiavitù più insopportabile, quella della droga e del supermercato. I centri commerciali e le piazze di spaccio rappresentano, infatti, la nuove desolanti agorà dell’umanità liberata e abbandonata ad un terrificante e compulsivo destino.

Tutto all’insegna di una precarietà assoluta, che pure viene comprensibilmente rifiutata sul piano sociale, eppure istericamente celebrata sul superiore piano dell’esistenza quale definitiva essenza della condizione umana post moderna

Carmine Ippolito

L’eredita’ del Sessantottoultima modifica: 2008-12-22T22:00:30+01:00da insorgenza
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