Dall’americanizzazione alla tamarrizzazione.

Nelle pagine de “Il Giornale”, ieri mi è capitato di leggere un’interessante analisi della situazione che attualmente Napoli sta affrontando, in un articolo a firma del Prof. D’Orta. In sintesi, l’autore sosteneva che ad avere il predominio numerico (ed in democrazia, volente o nolente, i numeri sono tutto) è la cosiddetta “plebe”, intendendo con tale termine quella parte di napoletani che abita, stabilmente, i quartieri di Forcella, dei Vergini, della Sanità, insomma di quelle zone denominate popolari, a suo dire, perennemente identici a se stessi quanto a grado di civiltà sin dai tempi antichi e definiti “…i napoletani di Masaniello”, quelli “…meno inclini alla pulizia, più chiassosi, più facili all’ira, più superstiziosi, più crapuloni e più lussuriosi…”. Concludeva il Prof. D’Orta emettendo sentenza di condanna irrevocabile per Napoli (salvo aspettarsi un miracolo da San Gennaro e non da Di Gennaro), proprio in virtù di questa caratteristica immutabile della sua “plebe”, maggioranza numerica e, quindi, dominante.

Orbene, a questa analisi, quasi per intero condivisibile (napoletani di Pulcinella, che è arte di arrangiarsi e fare “fesso” il prossimo e non di Masaniello che ebbe il coraggio della ribellione fino all’estremo sacrificio, professore!) e che qualche ben pensante (ma esistono ancora a Napoli?) potrebbe definire classista, vorrei aggiungere il mio irrilevante e modesto contributo di pensiero, dettato più dalla rabbia accumulata in quarant’anni di sopravvivenza in questa città che solo i fessi hanno potuto credere fosse rinata ad opera di quel “cafone“ (come sarebbe stato definito in tempi antichi) per cui non vale sprecare fiato e carta, seppure digitale.

Prima di tutto, però, devo confessare di essere RAZZISTA. Odio, con il più profondo del cuore, la ulteriore degenerazione di quella maggioranza di napoletani che da, pur criticabile “plebe”, si è trasformata in TAMARRI, aggiungendo a quelle caratteristiche di specie, perfettamente elencate dal Prof. D’Orta, le più odiose STRAFOTTENZA, ARROGANZA e PREPOTENZA.

E quella maggioranza numerica si sta, proprio in virtù dei suoi vizi, che paradossalmente servono a fortificarla, espandendo a macchia d’olio, non solo nel nostro territorio ma in quello più vasto nazionale. Ciò avviene sia per quel sentimento di impossibilità a reagire della minoranza dei napoletani, sempre più coscienti della loro misera consistenza numerica e che non riuscendo più a vivere seguendo le normali regole civili, sono costretti, per non impazzire, ad adeguarsi allo stile di vita tamarro e sia in virtù di una sempre crescente diffusione della cultura tamarra, intesa come modello vincente da esportare nella musica e soprattutto, nel mondo giovanile, grazie ad internet.

Un esempio è quello da tutti oggi definito il fenomeno del bullismo che, per chi vive a Napoli, è un deja vu di quanto vissuto sulla pelle degli “altri napoletani” fin dall’infanzia ad opera, dei tanti tamarri, incontrati sul nostro cammino.

Oggi, che si discute tanto sulle responsabilità del degrado del nostro territorio, occorre prima di tutto interrogarsi sulle responsabilità del degrado umano della cittadinanza e, prendere coscienza, che il primo gradino verso la vera rinascita della nazione napoletana, passa per la ricostruzione civile del suo popolo, “plebe” o “tamarra” che sia, riducendo lo stesso, finalmente in minoranza esigua, altrimenti il passo successivo di questa agguerrita maggioranza che vota contenta la casta partitocratrica napoletana che la lascia prosperare sarà quello di eleggere propri rappresentanti tamarri nei più alti consessi democratici per continuare la sua espansione in Europa e nel Mondo. Dall’americanizzazione alla tamarrizzazione.

Marcello Tucci

Dall’americanizzazione alla tamarrizzazione.ultima modifica: 2008-01-21T09:10:09+01:00da insorgenza
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4 pensieri su “Dall’americanizzazione alla tamarrizzazione.

  1. IL sud è un grande popolo, e Napoli in testa. Le tue osservazioni, caro marcello, sono più che giuste, ma credo che le peculiarietà da te evidenziate facciano parte del DNA del nostro popolo che, come tutti, ha i suoi pregi, ma anche i suoi difetti. Mi preme evidenziare come questa stessa popolazione “TAMARRA” con tutti i suoi difetti, è però capace, in alcune circostanze, di gesti di solidarietà fuori dal comune. Io credo, dunque, che il problema fondamentale sia la mancanza di un senso civico, l’inesistenza di un comune senso di appartenenza. Siamo un popolo che, purtroppo, non si riconosce nella “cosa comune”, ma anzi, la calpesta, la sfrutta, l’importante è “tirare a campare”. L’emblema di ciò è quello che sta succedendo per la raccolta dei rifiuti. Un paese civile avrebbe già organizzato una rivoluzione capace di dimostrare tutto il suo comune dissenso, noi invece non ci scomponiamo fino a quando la spazzatura non lambisce il nostro uscio. Comunque, quello che assolutamente non accetto, è la critica di chi, da sempre, ha sfruttato e speculato su questa situazione, ed ora ci attacca, come il “gallo sulla munnezza”, allora avete proprio ragione INSORGIAMO.

  2. Credo che il sig. Tucci abbia ragione. La solidarietà sicuramente è un grande gesto del nostro popolo ma, non dei “TAMARRI” caro Ciro.

  3. qualcuno sosteneva che il numero è potenza! Lo è anche anche la coesione e la volontà! occorre riconoscersi, allora, come una minoranza unita ed animata da un volontà di acciaio per ribaltare od arginare la tammaragine culturale, civile ed etica che fa affogare la nostra terra nella merda!
    la viltà dei tamarreschi pulcinella in circolazione faà preferire loro la fuga alla lotta.
    questo prima del si salvi chi può finale!
    saluti insorgenti
    carmine

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