Brindisi a reti unificate

Napoli ha vissuto questo Natale senza le luminarie che rappresentano, per l’immaginario collettivo, quel tradizionale segnale urbano che contrassegna ogni  festività. In compenso la città ha continuato ad illuminarsi con i roghi che la gente, abbandonata alla sua rassegnata disperazione, appicca ai cumuli di spazzatura che stanno sommergendo interi quartieri e territori promanando zaffate di fetori nauseabondi ed effluvi di veleni tossici. La più grande catastrofe ambientale della storia repubblicana è conclamata. Non sono più le isolate e coraggiose voci di singoli esperti, scienziati o ricercatori a lanciare il grido d’allarme. L’emergenza salute è stata riconosciuta dalle ricerche commissionate dalle strutture periferiche del servizio sanitario nazionale. Le percentuali di neoplasie, patologie respiratorie e deformazioni e nonatali registrate sulla dorsale Napoli Caserta hanno eguagliato i drammatici livelli raggiunti in Vietnam, nel territorio ricompreso nel delta del Mekong, all’esito dei bombardamenti al napalm praticati dall’aviazione statunitense durante il conflitto indo-cinese. La tassa sui rifiuti – che a Napoli sarebbe meglio ribattezzare “tassa per i rifiuti” –, in compenso, è la più alta d’Italia. Ed infatti non sono le risorse a mancare. Basta pensare che, in Campania, gli addetti al settore, sono di gran lunga i più numerosi in proporzione rispetto al rimanente territorio nazionale. E tuttavia i risultati, nella raccolta e nello smaltimento sono i peggiori. Sotto la gestione commissariale dell’attuale governatore della Campania sono stati assunti duemilacinquecento lavoratori socialmente inutili e civilmente dannosi. I fondi stanziati, ed andati i fumo, per l’emergenza rifiuti, dal 94 ad oggi, ammontano all’incirca 2 miliardi di Euro. E’ consolante pensare che, per adesso, sul territorio regionale sono disseminate all’incirca cinque milioni di ecoballe che, si è calcolato, un inceneritore impiegherà all’incirca quarantacinque anni per smaltire. I lavori di bonifica del litorale di Coroglio, d’altro canto,  iniziati invece nel 1996, sono ancora sospesi. L’amministrazione cittadina si è distrutta nel tormento sul dove depositare i materiali avvelenati della colmata a mare. Secondo l’accordo di programma del Luglio 2003, i materiali risultanti dalla rimozione della colmata dovevano essere destinati al riempimento della Darsena di Levante per un costo di previsione di 40 miliardi di euro.  Sulla base, invece, del più recente Accordo di Programma del luglio 2007 è stato previsto il dirottamento di tali materiali al porto di Piombino, per il modico costo 274 miliardi di euro. Un costo ben sette volte maggiore di quello inizialmente previsto. Tale che un paese come il nostro, schiacciato dal debito pubblico, non può permettersi neppure di concepire. Nel frattempo, però, le spiagge del litorale di Bagnoli, pur restando contaminate dai veleni, hanno prodotto reddito a beneficio degli affari dei gestori dell’arenile che,  grazie al sostegno della sinistra di affari e di governo, sono andati a gonfie vele. L’amministrazione, però, è incapace di acquisire e bonificare i suoli e il cementificio di Caltagirone. E tutto ciò accade a distanza di oltre 21 anni dalla dismissione delle acciaierie dell’Ilva e dallo spegnimento dell’ultimo altoforno. Sono trascorsi 252 mesi. Eppure nel 1737 sono occorsi nove per edificare il Teatro San Carlo. Nel 1940, per realizzare la mostra triennale delle terre italiane d’oltremare, ne sono stati sufficienti venti. Nel 1952 sono basati dieci mesi a ricostruirla. E nel 1929,  per costruire l’Empire State Building, il più alto grattacielo del mondo di quegli anni, bastarono diciotto mesi. In definitiva siamo chiamati a raccogliere i frutti di quell’albero avvelenato rappresentato dal sistema di potere post comunista – bassoliniano : progetti annunciati e mai realizzati, distribuzione clientelare delle risorse statali e comunitarie dissipate per iniziative inutili per la comunità come i corsi per le veline, le sedi degli enti locali all’estero, commissioni e società miste. Per non parlare dell’ indebitamento degli enti locali con il sistema bancario internazionale e dello spettro della povertà incombente sulla popolazione meridionale e sulle future generazioni. Il livello di ricchezza pro capite dei residenti in Italia rispetto ai valori comunitari è, ormai, costantemente in picchiata e, ormai, sotto la media dell’euro. Nelle classifiche del Pil pro capite, recentemente stilate da eurostat, Madrid supera Roma. Fatta 100 la media UE, dopo anni di costante declino, il livello del prodotto interno lordo italiano è inferiore a quello spagnolo che, fino ad ora, rappresentava il fanalino di coda nell’area euro. Ed in queste speciali graduatorie dell’agenzia statistica Eurostat, anche la Grecia, continuando di questo passo, tra due o tre anni, farà il sorpasso sull’Italia nella classifica di ricchezza per abitante. L’indice di vitalità economica colloca il mezzogiorno, poi, all’ultimo posto della graduatoria europea, superato anche dalla stessa Grecia e dai Paesi dell’ex Urss che per ultimi sono entrati a far parte dell’Unione europea. In Italia – si legge nell’ultimo rapporto Svimez– il flusso annuo di investimenti esteri per abitante è stato, nel periodo 2001 – 2006 di 305 euro per abitante, con livelli di 292 euro per il centro nord e di appena 13 euro per il sud. Per avere una esatta percezione del significato di tale indicatore si pensi che nell’Unione europea a 27 membri tale valore medio sale ad 800 euro per abitante, e raggiunge i 1500 euro per abitante in Irlanda, Olanda e Svezia. Addirittura tra i nuovi membri della Ue, gli investimenti esteri per abitante raggiungono in Estonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia i 500 euro per abitante. Se queste sono le premesse non deve meravigliare, allora, che, in base agli ultimi dati disponibili relativi all’anno 2004, è ripreso imponente il fenomeno dell’emigrazione dalle regioni meridionali eguagliando le spaventose percentuali raggiunte negli anni cinquanta. La divaricazione tra le due grandi macro aree del paese è costantemente in crescita, e gli elevati livelli di vitalità economica raggiunti delle altre grandi macro aree dell’Unione Europea formano, quindi, un quadro di questioni strutturali che rappresentano la più concreta ed imminente insidia alla tenuta della coesione nazionale. Mortificando in radice qualsivoglia possibilità di ripresa economica e di competitività delle imprese, viene imposto al paese un livello inusitato di tassazione che si proclama necessario per “contenere” il debito pubblico. Eppure aumentando progressivamente il livello di op-pressione fiscale, aumentano le entrate, il gettito, l’extragettito, l’avanzo primario, secondario e tutta la sfacxxxxx che non li affoga: ed il “debito pubblico” continua laconicamente a crescere. Non sarà, forse, che piuttosto del debito pubblico dovremmo cominciare seriamente ad occuparci di capire chi – ed in corrispettivo di cosa – è titolare di questo inarrestabile “credito pubblico”.  Nel frattempo Capodanno si approssima. Nonostante tutto finale:

1) il presidente della Regione Campania , Bassolino, è rassicurante, a suo avviso il peggio è passato;

2) Il Presidente del Consiglio, Prodi, visto l’andamento delle cose, nella conferenza di fine anno si dichiara ottimista.

3) Io, attonito, li osservo, li ascolto ed avverto quel liquido prodotto dalle ghiandole salivari che affiora impetuosamente sulla rampa di lancio dove, faticosamente, lo trattengo ed ivi, riposando, si addensa, ed acquistando potenzialità e precisione balistica, si raggruma;

4) raccogliendo uno stato d’animo che avverto quanto mai diffuso, al Presidente della Repubblica Italiana, il mio concittadino Giorgio Napolitano, rivolgo implorante un caloroso e conclusivo appello: stavolta, Caro Presidente, la misura è colma. Non è il caso di infierire oltre perché gli italiani sono in grado di sopportare altro.

Con il rituale messaggio di auguri, per quest’anno, sarebbe meglio lasciare stare. Dal loro Presidente gli Italiani attendono soltanto la serietà di un silenzioso, sobrio e, soprattutto, rispettoso brindisi di incoraggiamento! Alziamo il calice, Presidente e brindiamo a reti unificate!

Carmine Ippolito

 

 

Brindisi a reti unificateultima modifica: 2007-12-28T12:45:00+01:00da insorgenza
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3 pensieri su “Brindisi a reti unificate

  1. Ottima analisi ed iniziativa. Mi hanno raccontato del banchetto a Via Roma, Complimenti, state dimostrando di non essere come gli altri.! Bella anche l’iniziativa di accompagnare le vostre manifestazioni con la bandiera del Regno del Sud. Di nuovo Complimenti ed auguri di buon 2008 a tuti voi.

  2. Trovate un impiego al principe Citeriore e a Ferdinando IV di POL: ne hanno bisogno.

    Ah..obbligateli anche a frequentare le scuole serali dell’obbligo, per dare loro un minimo di istruzione…

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